Il soffio del Giovedì Santo: l’eredità del Servo di Dio Don Francesco Maria Vassallo
C’è un silenzio particolare che avvolge oggi, Giovedì Santo, le strade di Torremaggiore. Non è il silenzio dell’assenza, ma quello dell’attesa, lo stesso che si respira nelle sacrestie un istante prima della celebrazione In Coena Domini. È il giorno dei gesti che fondano una vita: il pane spezzato, i piedi lavati, il sacerdozio che si fa carne. Ed è in questo clima di memoria viva che il blog Torremaggiore in forma sceglie di accostare il mistero dell’istituzione del ministero a una figura che quel ministero non lo ha semplicemente esercitato, ma lo ha abitato interamente: il Servo di Dio Don Francesco Maria Vassallo.
C’è una frase, pronunciata dal Vescovo Mons. Angelo Criscito durante le esequie nel gennaio del 1981, che ancora oggi risuona tra le navate del Santuario della Fontana come un rintocco di campana a festa: «Don Francesco era sacerdote, non faceva il sacerdote».
Provate a chiudere gli occhi e a immaginarlo, Don Francesco Maria. Non pensatelo come un funzionario del sacro, uno di quelli che timbrano il cartellino della liturgia. Immaginatelo invece come un uomo che ha trasformato la propria esistenza in un altare perenne. Perché, vedete, il sacerdozio non è un abito che si indossa al mattino, ma una pelle che non si dismette neppure nel sonno.
In quel 26 gennaio di tanti anni fa, mentre il freddo pungeva le guance della gente di Torremaggiore, una fedele scriveva al Vescovo parole che sembravano uscite dal diario di un mistico. Parlava di un uomo "obbediente fino all'eroismo", di un'umiltà così profonda da risultare quasi invisibile agli occhi del mondo, ma luminosissima per chi cercava Dio. Don Francesco Maria era quel tipo di prete che non cercava il centro della scena; preferiva il cenacolo, il luogo del nascondimento e dell'intimità.
Ci sono uomini che parlano di Dio e uomini che, restando in silenzio, Lo rendono visibile.
Dal 2006, i suoi resti mortali riposano nella cappella del Cenacolo San Giuseppe. È lì che batte ancora il cuore della sua eredità, tra le carte ingiallite dei suoi numerosi scritti inediti che attendono di svelare ulteriori tesori di sapienza spirituale. In quelle pagine non troverete teorie astratte, ma il battito di un uomo che ha saputo farsi "minimo" per permettere all'Eterno di farsi "grande" in lui.
L’umiltà non è la negazione della propria forza, ma la consapevolezza che ogni nostra luce è solo un riflesso del Sole.
Oggi, mentre le campane si preparano a tacere per il lutto del Venerdì, il ricordo di Don Francesco Maria Vassallo ci rammenta che la vera missione non sta nel compiere gesti clamorosi, ma nel rendere straordinario l'ordinario attraverso l'amore. Torremaggiore lo sa. Lo sanno i sacerdoti che lo hanno incrociato, lo sanno i fedeli che hanno ricevuto da lui una carezza, un consiglio o un’assoluzione carica di misericordia.
In questo Giovedì Santo, la sua testimonianza ci lascia un monito che profuma di incenso e di pane fresco: chi vive per servire non muore mai, perché l’amore è l’unica lingua che il tempo non sa cancellare.



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