Venerdì Santo: alla scuola della Croce con il venerabile Don Felice Canelli
Oggi, Venerdì Santo, giorno in cui la Chiesa si raccoglie nel silenzio più profondo per contemplare la Passione del Signore, il blog TorreInforma si ferma e guarda alla Croce. È il giorno dell’amore che si dona fino alla fine, il giorno del sacrificio che salva, il giorno in cui tutto sembra compiersi nel dolore… e invece si apre alla speranza.
In questo clima così intenso e carico di significato, TorreInforma ricorda con gratitudine e commozione il venerabile Don Felice Canelli, uomo profondamente segnato dal mistero della Croce, testimone autentico di un amore vissuto, sofferto e offerto.
C’è una luce particolare che nasce ai piedi della Croce. Non è una luce che abbaglia, ma illumina dentro. Ed è proprio lì che si comprende la vita del venerabile Don Felice Canelli.
Egli è stato davvero un uomo della Croce. Non per parole, ma per vita concreta. Aveva fatto sua una verità tanto semplice quanto esigente: saper amare e saper soffrire sono la preparazione al saper offrire e al sapersi offrire.
Tre verbi hanno segnato ogni suo giorno: amare, soffrire, offrire. Un ritmo interiore, quasi un respiro dell’anima. Amare ogni persona senza misura. Soffrire senza fuggire la fatica del dono. Offrire tutto, trasformando ogni istante in un atto d’amore.
Nel Venerdì Santo, questi tre verbi trovano il loro compimento perfetto in Cristo. Ed è proprio a Lui che Don Felice guardava continuamente. Il Crocifisso non era per lui un simbolo lontano, ma una presenza viva. Lo contemplava nella Via della Croce, lo incontrava nell’Eucaristia — dove l’altare diventava Calvario — lo meditava nei racconti della Passione, lo imitava nella vita dei santi innamorati del sacrificio.
Da questa contemplazione nasceva un fuoco. Un amore ardente che lo spingeva verso gli altri, senza riserve.
Le ultime parole di Gesù sulla Croce diventavano per lui un vero testamento spirituale. Quel grido — “Ho sete” — non era solo memoria, ma missione. Nel suo instancabile servizio tra la gente, tra le fatiche quotidiane e le tante situazioni umane, Don Felice cercava le anime. Andava oltre le apparenze, parlava con il cuore, testimoniava con la vita.
E indicava una strada chiara: sentire dentro di sé la sete di Cristo e accenderla nei fratelli.
Nel giorno del Venerdì Santo, questa eredità risuona con forza. Perché chi contempla davvero il Crocifisso non può restare indifferente davanti ai “crocifissi vivi”. E Don Felice li riconosceva nei poveri, nei sofferenti, negli ultimi. In loro vedeva il volto di Cristo, l’uomo dei dolori.
Così viveva un ardore profondo: amore per la Croce di Gesù e amore per la croce dei poveri. Due realtà inseparabili, unite nello stesso mistero di salvezza.
Oggi, mentre il silenzio del Venerdì Santo avvolge il mondo, la testimonianza del venerabile Don Felice Canelli torna a parlare con forza e dolcezza. Ci ricorda che la Croce non è sconfitta, ma compimento. Non è fine, ma inizio.
E ci invita, ancora una volta, a imparare davvero ad amare, soffrire e offrire.



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