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L’autostrada per il Cielo fa tappa alla Parrocchia Gesù Divino Lavoratore: la storia, il cuore e un’icona che resta per sempre

Di Michele Pio Pontonio Mettete un attimo in pausa il disordine della giornata. Fermate il feed , fermate le notifiche. Perché ci sono storie che non passano semplicemente attraverso uno schermo: ci entrano dentro, ci mettono una mano sulla spalla e ci dicono che sì, la bellezza esiste ancora. E a volte ha la forma semplice di un ragazzo con la felpa, le scarpe da ginnastica e un sorriso che ti disarma. Quel ragazzo è Carlo Acutis . E a Torremaggiore, nella Parrocchia Gesù Divino Lavoratore , stiamo per vivere qualcosa di grande. Non un semplice evento a calendario, non una順 rituale. Ma una di quelle storie di comunità che ti fanno dire: “Io c’ero” . Quel filo sottile tra un ragazzo del 2000 e le nostre vite Tutti conosciamo quella sua frase diventata un faro per tantissimi giovani: «L’Eucaristia è la mia autostrada per il Cielo» . Carlo non era uno straordinario irraggiungibile: era un ragazzo come i nostri ragazzi. Amava la rete, i codici informatici, le passeggiate, gli amici. ...

Ho rubato a don Bosco l’amore per i giovani

 




Non è una frase ad effetto. È una confessione. Ed è forse la chiave più vera per entrare nella vita lunga e silenziosamente feconda del Venerabile Don Felice Canelli.

Nato a San Severo il 14 ottobre 1880, da Gabriele Canelli e Teresa Marchitto, Don Felice conobbe presto la prova: a sei anni restò orfano di padre. Ma fu proprio in quell’infanzia segnata che maturò una fede semplice e tenace, nutrita dai sacramenti ricevuti nella Chiesa Cattedrale, dove fu battezzato e cresimato il 17 ottobre.

A dodici anni indossò l’abito del seminarista. Non per slancio improvviso, ma per vocazione custodita giorno dopo giorno. Ordinato sacerdote il 6 giugno 1903 da Mons. Bonaventura Gargiulo, iniziò un ministero che non cercò clamore, ma lasciò tracce profonde.

Don Felice fu prete d’altare e di strada, uomo di preghiera e di azione. Ovunque portò il Vangelo, ma soprattutto lo portò ai giovani, a quelli più poveri, più fragili, più bisognosi di qualcuno che credesse in loro prima ancora che loro stessi. Li educò, li accompagnò, li fece sentire a casa.

Guardò anche alla società, senza timore: invitò don Romolo Murri e don Luigi Sturzo, aprì spazi di confronto, valorizzò i laici quando ancora non era consuetudine farlo. Anticipò tempi che la Chiesa avrebbe riconosciuto più tardi.

Negli ultimi anni, quasi a voler togliere ogni enfasi, disse tutto con una frase sola:

«Ho rubato a don Bosco l’amore per i giovani».

Un furto santo, che ha arricchito intere generazioni.

Morì la sera del 23 novembre 1977, a 97 anni. Per due giorni il popolo gli rese omaggio, come si fa con chi ha speso la vita senza risparmiarsi.

Il cammino verso gli altari non è stato frettoloso, ma serio e paziente, come seria e paziente era stata la sua vita. L’inchiesta diocesana, la Positio, il giudizio dei teologi, fino al 22 maggio 2021, quando Papa Francesco ne ha riconosciuto le virtù eroiche, dichiarandolo Venerabile.

Don Felice Canelli resta così: un prete che non ha fatto rumore, ma ha lasciato segni. Di quelli che il tempo non cancella.

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