Sotto la Maschera: Il Senso Antico del Martedì Grasso
Oggi è Martedì Grasso.
Lo senti nell’aria? C’è un’allegria che vibra, una nostalgia che già si affaccia mentre ancora ridiamo. È l’ultimo rintocco prima del silenzio, l’ultimo coriandolo che cade lento sull’asfalto, l’ultima maschera che sorride prima di essere riposta nel cassetto dei ricordi.
Il Carnevale è tutto qui: un’esplosione di colori che sa di addio.
Le sue radici affondano lontano, nei riti antichi che salutavano l’inverno e invocavano la primavera. Feste pagane, licenze, eccessi controllati, il mondo capovolto per qualche giorno. Poi la Chiesa ha saputo custodire e orientare questa energia popolare: il Carnevale diventa il tempo che precede la Quaresima, la soglia che introduce al cammino verso la Pasqua. Non un caos senza senso, ma un tempo che prepara al silenzio.
“Carne vale”: togliere la carne.
Domani inizia il digiuno, oggi si consuma l’abbondanza. Domani il raccoglimento, oggi la festa. È la sapienza dei nostri padri: dare spazio alla gioia, ma senza dimenticare che la vita ha un ritmo, un ordine, un’alternanza che educa il cuore.
E allora eccolo, il “mondo alla rovescia”.
Il povero diventa re, il serio diventa buffo, il timido si traveste da eroe. Per qualche ora possiamo essere altro da noi. Ma attenzione: non è fuga. È rivelazione. Perché dietro ogni maschera c’è un desiderio. E il Carnevale ci costringe a chiederci: chi siamo davvero, quando togliamo il trucco?
Pensiamo alle grandi tradizioni italiane. Le maschere senza tempo di Arlecchino e Pulcinella, nate dalla Commedia dell’Arte, raccontano il genio popolare, la fame e l’astuzia, la miseria e la risata che salva. E poi le città che ancora oggi custodiscono questa eredità: il fasto elegante del Carnevale di Venezia, la satira pungente del Carnevale di Viareggio, dove i carri allegorici parlano al presente con ironia e coraggio.
Ma il Carnevale più vero, diciamolo, è quello dei paesi. È quello delle nonne che friggevano chiacchiere e castagnole nelle cucine impregnate di zucchero a velo. È quello dei bambini che aspettavano il vestito nuovo, magari cucito in casa. È quello delle scuole che si riempivano di coriandoli e di voci.
È un tempo semplice, popolare, familiare. Un tempo che sa di comunità.
E oggi, Martedì Grasso, tutto si concentra. Si ride più forte, si mangia un po’ di più, si scherza senza misura. Ma sotto questa superficie c’è una verità antica: la festa è autentica solo se sa finire. Se sa cedere il passo al silenzio.
Perché domani sarà Mercoledì delle Ceneri.
E la cenere ci ricorderà che siamo fragili, che la vita non è una maschera permanente. Che il cuore ha bisogno di verità più che di travestimenti.
E allora viviamolo, questo ultimo giorno.
Raccogliamo l’ultimo coriandolo. Stringiamo l’ultima risata. Assaporiamo l’ultima frittella. Ma facciamolo con quella consapevolezza che apparteneva ai nostri nonni: la gioia non è disordine, è armonia. Non è eccesso senza limite, è gratitudine.
Il Carnevale è un lampo.
La Quaresima è un cammino.
E nel mezzo ci siamo noi, con le nostre maschere e il nostro desiderio di essere veri.
Oggi il mondo danza alla rovescia.
Domani tornerà diritto.
Ma se abbiamo saputo ascoltare, forse saremo un po’ più sinceri. Un po’ più umani. Un po’ più pronti alla Pasqua.



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