Quando la scienza si fa carezza: Torremaggiore saluta l’avvio della causa di canonizzazione del Prof. Bellantuono

 



Ci sono vite che passano come un soffio, lasciando dietro di sé solo il rumore dei titoli accademici o il luccichio dei ruoli di potere. E poi ci sono vite come quella del professor Nicola Bellantuono. Vite lunghe, silenziose, che non hanno avuto bisogno di fare rumore per farsi spazio nella memoria collettiva, perché hanno preferito parlare con i fatti, con le mani, con quella straordinaria capacità di trasformare un camice bianco in uno strumento di misericordia. Il professor Bellantuono non visitava semplicemente i malati, ma si faceva carico della loro sofferenza, trasformando ogni corsia d'ospedale in un luogo di autentica umanità.

Il 22 maggio 2026 non è stata una data qualunque per la nostra Capitanata, e in particolare per Torremaggiore. Nella chiesa del Policlinico Riuniti di Foggia, l’Arcivescovo mons. Giorgio Ferretti ha dato ufficialmente il via alla fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione di quello che tutti, semplicemente, ricordano come il medico galantuomo. Per la nostra comunità non si tratta solo di una procedura ecclesiastica o di un atto giuridico. È l’abbraccio riconoscente di un territorio a un uomo che per tutta la sua vita ha camminato per le strade di Torremaggiore, respirando la nostra stessa aria e vivendo qui, nella sua amata città, fino ai suoi ultimi giorni, prima di spegnersi proprio nell'ospedale di Foggia. Per quasi trent'anni, dal 1966 al 1992, è stato l’anima, il primario di Chirurgia e il direttore sanitario del nostro ospedale San Giacomo.

Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo o di incrociare il suo sguardo tra i corridoi del San Giacomo sa bene che il Prof. Bellantuono non considerava il paziente un caso clinico o un numero di letto. Per lui, ogni persona che soffriva era un volto da accogliere, una storia da ascoltare, una fragilità da proteggere. Libero docente universitario, specialista stimatissimo in chirurgia generale, vascolare e urologia, avrebbe potuto cercare palcoscenici ben più prestigiosi. Ha scelto di restare qui, ha scelto Torremaggiore per vivere e per lavorare, curando corpi e consolando anime della sua gente. Nelle sue mani il bisturi non era solo uno strumento di precisione scientifica, ma diventava un prolungamento di quel cuore generoso che batteva per la gente della nostra terra.

In un’epoca in cui la medicina rischia a volte di diventare fredda tecnica, la sua figura ci ricorda che la scienza raggiunge la sua massima espressione quando si sposa con l'empatia. Mons. Ferretti, nel suo toccante intervento, lo ha accostato a giganti del cattolicesimo sociale come san Giuseppe Moscati e il medico venezuelano José Gregorio Hernández. Come loro, Bellantuono aveva capito che curare non significa solo prescrivere una terapia, ma farsi vicini.

Questa sua straordinaria capacità di unire il rigoroso sapere scientifico a una profonda tenerezza evangelica affondava le radici nella sua totale dedizione spirituale. Il professor Bellantuono è stato un amatissimo figlio spirituale di Padre Pio. Da quel legame profondo, fatto di confidenze e preghiera, aveva assorbito l’idea che il sollievo della sofferenza non fosse un semplice dovere professionale, ma una vera e propria vocazione. La sua vita è stata il riflesso perfetto di quel legame spirituale che trasforma il lavoro quotidiano in una missione e la professione medica in un ministero della carità. È straordinario pensare che tutta questa grande santità abbia scelto una dimensione così quotidiana, radicata tra le case e la gente di Torremaggiore, lasciando un'impronta indelebile di rettitudine, mitezza e generosità instancabile.

Nicola Bellantuono ci ha lasciati nel 2011, alla veneranda età di 98 anni, attraversando quasi un secolo di storia vissuto interamente tra noi. Ma la sua eredità non appartiene al passato. Oggi più che mai, la sua testimonianza parla al cuore dei nostri medici, dei nostri operatori sanitari, di chiunque lavori nel mondo della cura e di ognuno di noi nella vita di tutti i giorni. Ci ricorda che non serve cercare il protagonismo a tutti i costi per lasciare il segno. Il medico galantuomo apparteneva a quella generazione che preferiva far parlare le opere. E oggi, quelle opere continuano a raccontare la storia di un uomo che ha saputo chinarsi sul dolore altrui con la competenza dello scienziato e la carezza di un padre. Oggi la storia del medico galantuomo non si chiude nei registri del passato, ma diventa un faro luminoso capace di indicare la rotta ai giovani e al futuro della nostra comunità.


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